La proposta per Expo 2030 di Roma, il Colosso del Colosseo!
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Nella storia umana non mancano invenzioni che, quanto più fuori scala, tanto più hanno attraversato il mondo nelle sue narrazioni, diventando leggenda. Almeno due di questi giganteschi simulacri facevano parte delle «Sette Meraviglie» dell’antichità. Poi quelle forme e imitazioni hanno cominciato a viaggiare per i continenti e a diffondersi tra i più diversi popoli. Ed è curioso il fatto che chi ha poca storia enfatizzi quello che ha, sconfinando a volte nella fantasia, e chi ne ha troppa si perda nell’eccesso delle proprie possibilità di racconto. Per esempio, da alcuni secoli, il monumento più visitato e iconico della nostra capitale e del nostro Paese, il Colosseo, ha smarrito il senso del suo etimo. Colosso, statua di grandi dimensioni, identifica quello che è l’Anfiteatro Flavio. Ma il suo nome è legato alla statua colossale voluta da Nerone e, successivamente, fatta collocare da Adriano sul piano dello stesso; un basamento (come per la Statua della Libertà a New York, realizzata sempre in concorso con il genio di Eiffel) ne elevava l’altezza per farla allineare con quella dello stadio. Da quel momento, la forza dell’immagine cancellò il nome originale dell’arena e si perpetuò anche al di là della scomparsa della stessa statua (l’Anfiteatro Flavio è sotto i nostri occhi e continua a chiamarsi Colosseo invogliando imitazioni in tutto il mondo). Perché, per il 2030, in questa occasione unica e irripetibile che l’Expo rappresenta per raccontarsi al mondo, non alimentiamo la scelta di avere l’uomo al centro del racconto? Roma è la città di Vitruvio, siamo il Paese del Rinascimento, crasi di questa centralità dell’Uomo e della riscoperta della Classicità. Perché non dare la possibilità, oggi, di rivivere l’ombra di quel gigantismo offrendo l’opportunità a una prestigiosa giuria (magari degna di quella del governatore Soderini, che per decidere il luogo dove posizionare il David chiamò Perugino, Botticelli, Filippino Lippi, Andrea della Robbia, Antonio e Giuliano da Sangallo, Leonardo e altri giganti…) di selezionare un numero a piacere di grandi nomi nazionali e internazionali protagonisti dell’arte contemporanea (da Damien Hirst a Jeff Koons, da Anselm Kiefer a Maurizio Cattelan e che ognuno proponga i suoi) capaci di realizzare un’opera temporanea?Non avrebbero l’obbligo dell’imitazione, non essendoci arrivate del Colosso altre immagini che quelle ricavate da imprecise monete (esistono infinità di fantasie ricostruttive e un affascinante studio di Carlo Aymonino). L’opera potrebbe declinare i valori di sostenibilità nelle soluzioni tecniche e ingegneristiche costruttive più all’avanguardia, consentendo ai visitatori di accedere al suo interno e godere di prospettive mai viste dei Fori. E a decidere quale scegliere tra le opere selezionate dalla giuria, potrebbe essere una platea planetaria (di studenti in arti visive, architettoniche e artistiche) a celebrazione di un mondo sempre più digitale e connesso. Sarebbe una sintesi di quella potente proposta di candidatura che cita «l’evoluzione e la rigenerazione come capacità di innovarsi e trasformarsi per risorgere e guardare avanti, a partire dal proprio passato; l’interculturalità e la diversità come sinonimo di creatività, arricchimento e condivisione necessari per la crescita; capace di riflettere sull’impatto delle nostre azioni attraverso scelte sostenibili e un utilizzo responsabile delle nostre risorse». Un Colosso della Rinascita, capace di riconsegnare al mondo un’immagine dell’inesauribile forza e storia di questa città eterna. Parte delle decisioni che verranno prese per l’edizione romana dell’Expo nel 2030 dipenderanno dall’esito delle elezioni politiche del 25 settembre. Luca Josi per 5 anni, fino al 2021, ha guidato la comunicazione del gruppo TIM e, come direttore artistico per Fondazione TIM, ha curato uno dei maggiori progetti di mecenatismoitaliano: il recupero del Mausoleo di Augusto a Roma, per cui è stato premiato con il Leone del Festival della Creatività di Cannes e il Webby Awards di New York. Antonio Romano, fondatore di Inarea, opera da oltre quarant’anni nel campo del design della comunicazione ed è considerato uno dei massimi esperti di brand design. Si è occupato, in ambito culturale, dell’identità della Biennale di Venezia, del MaXXI di Roma, del sito archeologico di Pompei, dei Musei Vaticani e della Città delle Arti e della Cultura della nuova capitale amministrativa egiziana.